Dal 1° aprile 2025 il Registro delle imprese utilizza operativamente la nuova classificazione ATECO. Per fare impresa, il codice ATECO principale deve descrivere l’attività prevalente, mentre le attività diverse esercitate in modo stabile possono richiedere codici secondari: la scelta dipende da continuità, ricavi, organizzazione e adempimenti, non dal numero di servizi che si vuole mostrare ai clienti.
Il controllo più utile parte dalle fatture. Una microimpresa che vende prodotti online, offre consulenza e organizza corsi deve capire se sta svolgendo una sola attività con prestazioni accessorie oppure più attività autonome. Comprimere tutto sotto un codice generico può produrre incoerenze tra visura, fatture, previdenza, assicurazione e autorizzazioni.
Fare impresa con ATECO: il test delle tre fatture
Il codice ATECO è la voce della classificazione statistica che identifica il tipo di attività economica svolta. Serve agli enti e agli intermediari per inquadrare l’impresa, ma da solo non descrive ogni dettaglio commerciale e soprattutto non concede automaticamente il diritto di esercitare un’attività.
Prendiamo tre documenti emessi dalla stessa microimpresa:
- Fattura per prodotti venduti online: il cliente compra beni attraverso un sito e riceve una spedizione.
- Fattura per consulenza: il cliente paga un’analisi, un progetto o un’assistenza professionale separata dalla vendita.
- Fattura per un corso: il corrispettivo riguarda lezioni, materiali didattici e organizzazione dell’attività formativa.
La presenza delle tre fatture non porta automaticamente a tre codici. Prima occorre verificare la sostanza. Una consulenza prestata una volta per risolvere un problema legato a una fornitura può essere accessoria alla vendita; un servizio proposto stabilmente, con propri contratti, listino e clienti, ha invece una fisionomia autonoma. Lo stesso vale per il corso: un incontro sporadico rivolto ai clienti abituali è diverso da un calendario formativo organizzato e venduto durante l’anno.
Per ogni ricavo conviene annotare quattro elementi: frequenza, destinatari, modalità di vendita e risorse dedicate. Una singola fattura non dimostra da sola l’occasionalità, così come una pagina sul sito non dimostra l’effettivo esercizio dell’attività. Contano i fatti ripetuti e documentabili.
Confrontare le fatture con l’attività realmente dichiarata
Il passaggio successivo è mettere le fatture accanto alla descrizione dell’attività. Per una società il confronto comprende anche l’oggetto sociale; per un’impresa individuale si guarda alla descrizione comunicata al Registro delle imprese. L’oggetto può essere ampio, ma il codice deve rappresentare ciò che viene esercitato davvero.
La verifica può seguire questa sequenza:
- raggruppare le fatture per tipo di ricavo, senza affidarsi soltanto alle parole usate nella descrizione;
- individuare l’attività che genera la parte prevalente dei ricavi;
- separare le prestazioni accessorie da quelle vendute come servizi autonomi;
- controllare se ciascuna attività usa personale, attrezzature, locali, contratti o procedure proprie;
- verificare gli eventuali adempimenti collegati prima di aggiungere il codice.
Un calcolo interno aiuta a evitare valutazioni impressionistiche. Consideriamo una stima costruita solo per mostrare il metodo, non una soglia normativa. La somma annuale è: 29.000 euro di vendite online + 14.000 euro di consulenze + 7.000 euro di corsi = 50.000 euro. Dividendo il primo subtotale per il totale si ottiene un peso del 58%; il secondo vale il 28% e il residuo il 14%.
Il commercio risulta prevalente, ma consulenza e formazione non spariscono. Se sono continuative e organizzate separatamente, il loro peso suggerisce di verificare due codici secondari. Se invece derivano da prestazioni isolate, strettamente legate alla vendita e senza una struttura autonoma, la valutazione può essere diversa. Le percentuali servono a leggere l’impresa, non sostituiscono l’esame dell’attività concreta.
Leggere la visura senza fermarsi al codice principale
La visura camerale consente di confrontare la posizione registrata con ciò che appare nelle fatture. Occorre leggere sia il codice principale sia gli eventuali codici secondari, insieme alla descrizione dell’attività esercitata. La sola presenza di una voce nell’oggetto sociale non prova che quell’attività sia stata avviata.
Il controllo dovrebbe rispondere a domande semplici:
- il commercio online compare con una descrizione coerente?
- la consulenza risulta dichiarata oppure emerge soltanto dalle fatture?
- la formazione è stabile e già registrata, oppure è ancora un’attività episodica?
- il codice principale corrisponde ancora alla parte prevalente dell’impresa?
Secondo il portale InfoCamere, l’informazione sui codici dichiarati può essere consultata gratuitamente prima dell’acquisto della visura. È un controllo preliminare utile, soprattutto quando si vuole capire se una posizione contiene già più attività. Per l’esame completo restano però rilevanti anche le descrizioni e gli altri dati presenti nel documento.
Aggiungere un codice richiede una pratica di aggiornamento, ma costi e tempi non possono essere stimati seriamente senza conoscere forma dell’impresa, posizione già aperta, attività da inserire ed eventuali pratiche collegate. Un preventivo sensato deve distinguere il compenso dell’intermediario, gli oneri della pratica e gli adempimenti ulteriori. Le formule a prezzo unico ignorano proprio le variabili che possono rallentare l’avvio.
Controllare la riclassificazione ATECO 2025
ATECO 2025 è entrata in vigore il 1° gennaio ed è diventata operativa dal successivo mese di aprile. Il Registro delle imprese ha adottato la nuova classificazione e ha aggiornato i codici delle imprese esistenti; durante la fase transitoria possono comparire sia il codice nuovo sia quello precedente.
La doppia indicazione non significa automaticamente che l’impresa eserciti due attività. Può essere il risultato della riclassificazione. La pagina ufficiale dell’ISTAT sulla classificazione e gli strumenti camerali di consultazione permettono di controllare la corrispondenza, ma il confronto decisivo resta quello con fatture, contratti e organizzazione effettiva.
Un codice aggiornato in visura può inoltre risultare formalmente corretto ma troppo generico rispetto a un’attività che nel frattempo è cambiata. La riclassificazione automatica non sostituisce la comunicazione di una nuova attività né corregge una descrizione ormai superata. Chi ha ampliato l’offerta deve quindi separare due problemi: verificare la conversione del vecchio codice e dichiarare, se necessario, le attività realmente aggiunte.
La matrice per scegliere un codice o più codici
La decisione può essere organizzata con una matrice pratica. Nessun criterio, preso da solo, produce una risposta automatica; la combinazione dei risultati indica però dove serve un approfondimento.
- Continuità: un’attività ripetuta, inserita stabilmente nell’offerta e proposta a clienti diversi tende a richiedere una rappresentazione autonoma. Una prestazione isolata va esaminata nel suo contesto.
- Peso dei ricavi: il fatturato aiuta a individuare l’attività prevalente. Un ricavo secondario può comunque richiedere un codice proprio quando deriva da un’attività distinta e stabile.
- Autonomia organizzativa: listino, contratti, personale, strumenti, locali o procedure dedicate sono indizi di una linea di attività separata.
- Adempimenti collegati: prima dell’avvio vanno controllati requisiti, comunicazioni, posizione previdenziale, copertura assicurativa e autorizzazioni eventualmente richieste.
Un solo codice è più coerente quando i ricavi derivano da un’attività centrale e le altre prestazioni sono occasionali o accessorie, senza una propria organizzazione. Più codici diventano plausibili quando le attività sono vendute autonomamente, ricorrono nel tempo e generano obblighi differenti.
Aggiungere codici “per sicurezza” non risolve il problema. Può anzi aprire domande su attività mai iniziate, inquadramenti e adempimenti. All’estremo opposto, usare un solo codice per ricavi strutturalmente diversi lascia una posizione camerale poco leggibile. Il criterio corretto è la corrispondenza tra documenti e attività effettiva.
Le tre verifiche da fare prima di aggiornare la posizione
La scelta finale richiede tre controlli separati, perché ogni interlocutore risponde a una domanda diversa:
- Commercialista: verifica la coerenza tra fatture, attività prevalente, trattamento contabile e possibili riflessi previdenziali. Deve ricevere un elenco concreto dei ricavi, non una descrizione generica del progetto.
- Registro delle imprese: chiarisce quali attività risultano dichiarate, come leggere la riclassificazione e quale aggiornamento camerale occorre presentare.
- SUAP: lo Sportello unico per le attività produttive verifica gli adempimenti amministrativi legati all’attività e al territorio, come comunicazioni, requisiti o titoli necessari.
Il codice ATECO classifica l’attività; non funziona come autorizzazione automatica. Prima di emettere fatture per una nuova linea stabile, conviene raccogliere visura, descrizioni dei servizi, contratti tipo e stima dei ricavi, quindi sottoporli ai tre controlli. È un lavoro limitato, ma evita che ogni ufficio riceva una versione diversa della stessa impresa.
Domande frequenti
Quanto costa aggiungere un codice ATECO?
Non esiste un importo unico valido per ogni impresa. Il costo dipende dalla pratica necessaria, dalla forma giuridica, dall’assistenza professionale e dagli eventuali adempimenti collegati. Prima di affidare l’incarico, chiedere un preventivo che separi compensi, oneri camerali e altre pratiche permette di capire che cosa si sta pagando e quali attività sono comprese.
Si possono avere più codici ATECO con la stessa partita IVA?
Sì, una stessa impresa può dichiarare un’attività principale e attività secondarie. I codici devono però corrispondere a lavori realmente esercitati, non a servizi che forse verranno offerti in futuro. La prevalenza va controllata nel tempo, soprattutto quando una linea secondaria cresce e diventa il centro economico dell’impresa.
Come si trova il codice ATECO corretto per una nuova attività?
Si parte dalla descrizione precisa di ciò che viene venduto, a chi e con quale organizzazione. Poi si confrontano le voci della classificazione e la posizione già registrata. Se più codici sembrano possibili, è prudente verificare la scelta con il commercialista e con il Registro delle imprese; per requisiti e autorizzazioni serve invece il controllo del SUAP.
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