- Errore
Profughi, un limbo ancora lungo
Giovedì 12 Gennaio 2012 11:28
Nuovo anno, nota vecchia e non potrebbe essere altrimenti. Non è che nel passaggio tra 2011 e 2012 l’emergenza immigrazione si potesse risolvere di botto.
Quindi i rifugiati che copiosamente si sono riversati sui paesi Lepini sono ancora nel loro limbo in attesa di conoscere il proprio futuro. Arrivati durante i mesi di luglio e agosto provenienti dai centri di prima accoglienza come quello di Lampedusa, grazie all’accordo stipulato tra la Protezione Civile e la cooperativa Karibu sono ancora in attesa dell’esito dell’iter burocratico cui sono stati sottoposti dalla legislazione corrente, senza sapere quale sarà il proprio futuro. A più di sei mesi dal loro sbarco sul suolo italiano, infatti, il limbo dell’attesa di un sì o di un no sulla loro richiesta del permesso di soggiorno ancora non è finito. Sono stati chiamati libici, perché provenivano dalla Libia squassata dalla guerra che ha portato alla destituzione di Gheddafi, ma non sono libici di nascita e proprio in questo dato è racchiuso un grande rebus.
Sono maliani, ivoriani, arrivano dal Congo, dal Ghana, dal Camerun, dal Burkina Faso, dalla Guinea, dal Niger e dalla Nigeria, ma non sono libici e nemmeno nordafricani. Il loro stato di precarietà è dovuto proprio dal fatto che per l’ottenimento di status di rifugiati politici è necessario provenire da un Paese in guerra, ma per Paese di provenienza non si intende quello da cui è partita la carretta che li ha portati a Lampedusa, ma il loro paese d’origine. Non essendo di nazionalità libica, difficilmente otterranno il riconoscimento di rifugiati politici. Nell’attesa della risposta di una commissione che chiede loro fascicoli di documenti e che li ascolterà (o che li ha già ascoltati) per pochi minuti, l’iter burocratico legislativo impedisce ai rifugiati la ricerca di un lavoro, considerato che i soggiorni temporanei di cui sono muniti in tale condizione sono buoni solo per sostare sul territorio italiano. Tale situazione a loro pesa moltissimo, sia per l’inattività forzata a cui sono costretti, sia perché il lavoro che tutti avevano in Libia, abbandonato a causa della guerra, costituiva il sostegno economico delle famiglie che hanno lasciato nel loro paese d’origine. Ciò non favorisce di certo il processo di integrazione di persone che con il passare dei mesi si sentono sempre più abbandonate e delle comunità che li ospitano che continuano a vedere questi ‘corpi estranei’ ciondolare senza capirne il perché. Perché poi a fare il resto ci pensa la disinformazione e il contesto. I soggetti cui sono affidati non si sono certo sbracciati per aiutare questo procedimento di convivenza, visto che le iniziative di interscambio sono ridotte al lumicino e anche i Comuni investiti dall’arrivo dei profughi non hanno compiuto passi concreti per favorire l’interazione tra residenti e nuovi arrivati. Quello che la gente conosce non sono le storie dei ragazzi arrivati dall’Africa, ma semplicemente i costi (che per lo Stato sono di 42 euro al giorno per ognuno di loro). Il che, dopo sei mesi, porta a calcolare cifre che, in tempi di crisi economica e di sacrifici richiesti, sono difficili da mandare giù soprattutto per colpa dei ritardi di un apparato burocratico che definire pachidermico è un eufemismo. Perfino sul prezzo dei carburanti che continua la sua rincorsa verso nuovi record pesa un’accisa (una delle tante) per far fronte all’emergenza umanitaria dichiarata per la prima volta dall’allora presidente del consiglio dei ministri Silvio Berlusconi (lo stato di emergenza permette l’affidamento diretto dei fondi anche consistenti senza bisogno di gare d’appalto e passaggi burocratici che allungano i tempi).




