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Una provincia ormai ridotta in ginocchio

Mercoledì 26 Ottobre 2011 16:49

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aulascuola
Luca Morazzano

Crisi industriale, crisi occupazionale, crisi del compartimento turistico, crisi della sanità e adesso pure crisi della scuola. Pare che per la provincia pontina non debba proprio esserci pace. Ma il problema è diffuso e riguarda tutta la nazione.

In ciò, purtroppo solo in ciò, la provincia di Latina sembra però essere triste capofila, vuoi per la sua giovane formazione, vuoi per una composizione poco omogenea e talenti poco sfruttati nel corso degli anni. Fatto sta che nel corso degli anni l’involuzione vissuta a livello di strutture e servizi è sotto gli occhi di tutti. A soffrire sono soprattutto i piccoli centri, i paesini sparsi qua e là e che svuotandosi progressivamente di popolazione diventano sempre più fragili con sistemi economici sempre meno autosufficienti. E’ tendenza degli ultimi anni però, l’indebolimento anche delle roccaforti tradizionali e così sui monti Lepini, paesi come Sezze e Priverno, abituati a fare da traino, cominciano a perdere i colpi (e cominciano è solo un eufemismo). In pianura le fabbriche chiudono e diminuiscono come i funghi più prelibati scovati da un gruppo di cercatori, i turisti non vengono nemmeno a pagarli e le strutture ricettive accusano colpi che atterrerebbero pure un colosso, figuriamoci soggetti che già vacillano; gli ospedali chiudono e quelli che rimangono aperti vedono ridimensionarsi l’offerta a dismisura; il Regina Elena non c’è più, a dispetto delle promesse elettorali di Polverini, Sciscione e compagnia bella. Il San Carlo, nonostante le crociate roboanti ma poco funzionanti dell’amministrazione, è ridotto ai minimi storici. Adesso rischia pure il Fiorini di Terracina. Se ciò non bastasse arriva pure il nuovo terremoto scuola; il decreto di ridimensionamento dettato dalla riforma ministeriale, costringerà le regioni ad allestire un nuovo piano delle strutture a disposizione mediante l’abolizione dei circoli a favore della costituzione di Istituti Comprensivi di popolazione ben superiore alle 1000 unità. E chi ne fa le spese? Ovviamente i piccoli centri costretti ad accorpamenti solo sulla base dei numeri e non su esigenze logistiche reali. E ovviamente i ragazzi, gli studenti. E se loro sono il futuro…