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REFERENDUM, UNA STORIA LUNGA 65 ANNI
Mercoledì 08 Giugno 2011 15:43
12 e 13 giugno 2011: l'Italia è chiamata nuovamente alle urne, stavolta per esercitare il suo potere di sovranità popolare sancito dal primo articolo della Costituzione attraverso il referendum. Strumento di democrazia diretta, questo istituto giuridico permette al popolo di esprimere la propria opinione su questioni istituzionali e politiche essenziali.
Il primo? Quello del 2 giugno 1946, quando i cittadini scelsero la forma repubblicana al posto di quella monarchica: in quel caso si trattava di un referendum non abrogativo. Ma andiamo con ordine, per poter arrivare di fronte alle schede con una visione precisa della nostra storia referendaria. Il nostro ordinamente prevede le seguenti tipologie di referendum: quello abrogativo (art. 75 della Costituzione) per deliberare l'abrogazione, totale o parziale, di una legge o di un atto avente valore di legge; quello consultivo (art. 132) attraverso il quale si può disporre la fusione di Regioni esistenti o la creazione di nuove Regioni con un minimo di un milione di abitanti; quello approvativo (art. 138) che regola il procedimento di formazione delle leggi costituzionali. In Italia si sono svolti sessantadue referedum abrogativi e quattro non abrogativi. Partiamo da questi ultimi: il primo fu quello che fece dell'Italia una Repubblica, il secondo un consultivo svoltosi nel 1989 e riguardava il conferimento del mandato costituente al Parlamento Europeo, il terzo e il quarto, rispettivamente nel 2001 e nel 2006, furono due referendum costituzionali, il primo sulla modifica del Titolo V della Costituzione e il secondo sulla sua Parte II.
Questa tipologia di referendum non prevede il raggiungimento del quorum di validità previsto invece per quelli abrogativi: in questo caso infatti è necessaria la votazione di almeno la metà più uno degli aventi diritto al voto. Il primo, e probabilmente uno dei più sentiti dalla popolazione italiana, fu quello che abrogò il divorzio: era il 1974 e l'affluenza raggiunse l'87,7%. Qualche anno dopo, il 17 maggio del 1981, l'Italia votò per l'abrogazione di alcune norme della legge 194 sull'aborto per renderne più libero il ricorso: promosso dai Radicali, il referendum fu uno di quelli passati maggiormente alla storia della nostra giurisdizione. Da allora ad oggi i quesiti sono stati molti, dal finanziamento pubblico ai partiti all'ergastolo passando per l'ordine pubblico, le concessioni per le televisioni nazionali o la contrattazione del pubblico impiego. Un elenco di referendum ai quali la popolazione ha risposto con l'affluenza, almeno fino alla metà degli anni Novanta. Da allora ad oggi gli italiani hanno partecipato sempre meno. Nel 2000 il quorum non è stato raggiunto per nessuno dei sette proposti, tra i quali quello che voleva abrogare l'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori. Un calo di interesse dettato da una serie di motivazioni. Prima di tutto la tipologia di quesiti: se un tema come l'aborto, il nucleare o il divorzio hanno ovviamente un impatto maggiore sulla cittadinanza che sente questi problemi come più vicini, gli incarichi extragiudiziali dei magistrati o l'eliminazione del rimborso spese per le consultazioni elettorali o referendarie vengono viste come questione più tecniche che non interessano direttamente la vita dei cittadini. A ciò va aggiunto un abbassamento generalizzato del senso civico che ha caratterizzato la società italiana, e non solo, negli ultimi vent'anni: un'inversione che trasforma il cittadino da animale sociale ad individuo che si prende cura del suo orticello. Ad aggravare la situazione una mancanza di informazione che peggiora man mano e rende sempre più difficile per i cittadini conoscere a fondo la vita politica italiana. Appuntamento al 12 e 13 giugno per vedere se c'è aria di cambiamento.




