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UN ALBUM BELLO DOPO QUALCHE ASCOLTO

Mercoledì 01 Giugno 2011 16:05

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radioheaddi Marco Fanella

Ciao, cari ascoltatori delle frequenze di Mondore@le, qui è mr. Recensor De Recensori (altisonante, non trovate?) che vi parla dalla sua postazione audio mentre è in fase meditativa, davanti al monitor e con la musica che entra ed esce dalle orecchie.

Capita infatti che non tutti i dischi ti debbano per forza far saltare dalla sedia o imitare Angus Young con la scopa nel salotto per la gioia degli astanti! Spesso il rock è subdolo, si camuffa con vestiti cangianti, assume nuove forme ma in fondo, rimane sempre lui. Solo che per scovarlo alcune volte basta un ascolto, altre volte ce ne vogliono molti: insomma un bravo investigatore musicale deve usare tutti i mezzi a sua disposizione per setacciare un disco e fiutarne la qualità e fornire le prove per un invito all'ascolto. Questa premessa va fatta per dischi come quello di cui parliamo quest'oggi, ovvero l'ultimo disco dei "Radiohead" dal titolo:"The King of Limbs". La band nel corso degli anni ha costruito una solidissima reputazione come una realtà autonoma pesante e "pensante" nel panorama mondiale, questo in virtù del fatto che il proprio discorso musicale, seppur di derivazione rock, è aperto a qualsiasi contaminazione sonora. thekingoflimbsLa testimonianza di ciò risiede nelle composizioni del gruppo, guidato da un istrione che risponde al nome di Thom Yorke, cantante poliedrico e geniale come pochi. Partendo per questa avventura sonora incontriamo subito in "Bloom" atmosfere oniriche e siderali, frutto di suoni campionati di varia provenienza (dai loop di batteria a veri suoni digitali passando per pianoforti, anche questi campionati) e di una voce che sembra più un lamento che si allontana, dandoci ancora più la sensazione di uno spazio che si dilata. In pezzi come "Feral" l'anima rock viene fuori con chitarre basso e batteria tradizionali, ma è in qualche modo filtrata da un missaggio volutamente sbilanciato, quasi a farci percepire un certo disordine ambientale, una specie di combinazione di elementi che, pur rimanendo in apparenza distaccati, in realtà contribuiscono tutti a tessere una unica trama sonora. "Lotus Flower" si apre con loop di batteria e un basso che fa da timone in queste onde sonore che pian piano prendono vita facendo partire un groove sul quale volteggia la voce leggera e sognante di Yorke: molto bella l'apertura melodica nel mezzo della canzone, con una voce che si allarga, complice l'uso oculato di ritardi, mentre la band gioca sulle dinamiche ma senza essere invadente. La bellissima "Codex" inizia con un pianoforte sotto l'effetto di qualche strana sostanza e suoni ovattati che sembrano provenire da altri mondi: anche qui bella prova di Yorke che si destreggia con una melodia ipnotica e solenne. In sottofondo tutta una rete quasi inudibile di suoni e suggestioni, che dona al pezzo un alone etereo: sembra l'epitaffio di un astronauta ormai alla deriva nello spazio: la sua nave lo ha abbandonato e lui non può far altro che vagare in balia dello spazio, lanciando una nenia nell'infinito. Vi cito anche "Separator", pezzo melodicamente più easy (seppur con dei suoni belli conditi), ma in realtà il disco va ascoltato nella sua interezza e più volte, tanto per capire le strane alchimie della band che, non a caso è considerata una delle più importanti realtà del pianeta. Il succo del disco secondo me sta nella sua dimensione sognante e spaziale, frutto di un uso sapiente dei suoni e delle idee. Questa band usa pennelli e colori: godetevi il panorama.