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UNA FARFALLA D’ACCIAIO NEI NOSTRI CIELI
Mercoledì 25 Maggio 2011 16:08
Salve a tutti degustatori e palati fini di musica, ecco a voi il vostro recensore preferito (questa frase ha un non so che di elettorale, sarà la primavera?) che vi sferra l'ennesimo attacco dal fronte del rock nelle sue forme più svariate.
Oggi andiamo a pescare nel mare burrascoso degli anni che furono, precisamente in quel famoso "millenovecentosessantotto" che ha fatto tanto parlare, amare, figliare e tante altre cose strambe che tutti bene o male sapete. Il periodo è quello della grande ascesa di quelle band che faranno la storia, parliamo di pietre rotolanti e caschetti inglesi, di porte della percezione e meticci fusi con la seicorde, insomma si sperimenta, si suona, ci si rallegra con beffarde sostanze, la società è tutto un divenire e si sviluppa a livello embrionale quello che poi sarà considerato il rock "duro". Una delle band che più incarna eccessi e potenza sonora, sregolatezza e attitudine sfacciatamente heavy sono gli "Iron Butterfly", capostipiti di un certo modo roccheggiare in bilico tra la canzone beatlesiana ed i Led Zeppelin, o meglio anche i più giovani "Thin Lizzy".
Questi ragazzacci statunitensi se ne uscirono con l'album "In-A-Gadda-Da-Vida" proprio nell'estate del sessantotto e diedero una lezione di rock come si deve a tutti i contemporanei abusatori di strumenti musicali. La registrazione è quanto di più primordiale si possa immaginare: batteria mono, messa lì da una parte, chitarrette sparute ma efficaci, un singer che pomposo è dir poco, organo hammond a profusione, insomma un bel calderone fatto alla buona e con i mezzi che l'epoca permetteva. Ma sotto il piano dell'energia, ragazzi che band! Questi sono veramente l'incarnazione del rock allo stato puro, non filtrato da mega produzioni e riviste patinate. Qui c'è solo tanta voglia di suonare e pestare duro come pochi, coadiuvati da sostanze chimiche tipiche del settore. La title track, singolo forse più famoso della band, è costruita su un riff diabolico che si ripete all'infinito, in una sorta di jam session siderale. Registrata di nascosto dal fonico mentre la band la provava, finì sul disco come traccia buona e divenne un successo: più rock di questo che volete? Un secchio di dinamite che fa saltare in aria una ruspa dentro una cava di marmo? Questi roccheggiavano alla grande, lo testimoniano brani come "Termination", dove il riffing e le rullate forsennate, i soletti all'unisono tra chitarra e organo producono un bell'amalgama sonoro in grado di farci zompettare alla grande fino al finale che onirico è dir poco. Oppure canzoni come "Are You Happy", dall'intro dissonante tendente al diabolico, che poi si sviluppa in un pezzo alla "Doors", ma mantiene una certa originalità nella progressione armonica della strofa e nelle armonizzazioni vocali: immagino che cosa potesse essere assistere ai loro concerti! Il disco in sé ci fa inoltre capire da dove vanno a pescare le band più in voga del momento, dai "Queens Of The Stone Age" ai "White Stripes" fino ai più recenti e retrò "Dead Weather", che ne riprendono persino le tecniche di registrazione vintage. Per il resto, beh, andatelo a sentire 'sto disco e tornerete indietro nel tempo a respirare di nuovo la pura e frizzante aria del rock.




