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LINKIN PARK, POP E CATTIVERIA

Mercoledì 13 Aprile 2011 17:01

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linkin-park-nuovadi Marco Fanella

Salve a tutti miei prodi navigatori del mare della musica! Eccoci di nuovo a parlare di suoni e ritmi, di canzoni, di tutto ciò che riguarda l'emissione di note insomma. Stavolta andiamo a parlare di una band che ha già una carriera che dire solida è un eufemismo, vista la mole di date dal vivo e di successi discografici collezionati: parliamo dei Linkin Park.

Il lavoro che andiamo ad ascoltare è datato 2010, il suo titolo è: "A Thousand Suns". Cominciamo col dire che è lecito parlare di fenomeno pop quando ascoltiamo un disco dei Linkin perché, vuoi o non vuoi, pur mantenendo determinate sonorità più hard, fanno ormai parte da lungo tempo di un processo discografico di livello industriale, ergo la produzione è orientata verso il grande pubblico. linkin_park__a_thousand_sunszazaAltra nota ce ci preme sottolineare è il ritorno di Rick Rubin come produttore, il che conferisce un certo nome a tutto il processo produttivo. Rubin infatti è uno dei maggiori produttori rock che ci siano in circolazione, e quello che tocca sembra diventare cioccolata, ma andiamo con ordine e sentiamoci 'sto disco. Si parte belli melodici con pezzi come l'opener "The Requiem" e "Burning in The Skies", nella quale è già evidente una peculiarità del disco e della band: l'uso dell'elettronica, ovvero di synth e campionatori che conferiscono a ibridare le sonorità tipicamente nu-metal della band. "Empty Spaces" non fa che continuare questo trend aggiungendo una sana dose di rap. Si riparte quasi tribali con "When They Come For Me", sempre in bilico fra Africa e rap, "Nine Inch Nails" e "Limp Bizkit", "Robot Boy" sembra uscita da un disco di un qualsiasi rapper di quelli con la collana fino alle ginocchia, e questo un po' sinceramente non mi piace, ma sono gusti. Senza citare tutti i pezzi necessariamente segnalo anche "Blackout", interessante esperimento che congiunge una voce che passa dallo scream puro al cantato melodico, sorretta da suoni elettronici mescolati con una vera band, fico ed anche un po' "Prodigy". Per finire l'ultimo pezzo, "The Messenger", voce, chitarra, piano, parole e musica, stop. Bene, tecnicamente parlando lavoro ineccepibile, sia per la realizzazione in studio che per la performance dei musicisti, primo tra tutti Chester Bennington, voce quantomai apprezzabile e duttile. Il resto della band ha ormai un equilibrio granitico, complice l'intensa attività live, il sound si muove tra rock duro di inizio millennio e tendenze sperimentali, peraltro non così inusitate, il tutto saldato da un songwriting a volte brillante, a volte di maniera. D'altronde, a certi livelli ci si organizza, non stiamo mica giocando? Qui si lavora e si guadagna! Il disco scorre via, bello liscio, tranne qualche episodio a mio giudizio troppo sperimentale, leggasi noioso, che rischia di far cascare per terra l'attenzione. Per il resto, sentitelo e godetevelo, in fondo è buona musica. Io nel frattempo rimetto "Led Zeppelin II". Ciao!