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UN VIAGGIO SIDERALE A BASE DI FLUIDO ROSA

Giovedì 30 Settembre 2010 13:15

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66_16_1di Marco Fanella

Viaggiare è una attività naturale per l'uomo: rappresenta un modo per sopravvivere, quando le intemperie e la conformazione di un ambiente ostile rendono tutto difficile, così è stato nel passato con le varie migrazioni che lo hanno portato su ogni terra emersa del pianeta, fino ai lontani e gelidi poli.

Ma non dimentichiamo un altro motivo, più cerebrale eppure così istintivo, di questo nostro viaggiare: il desiderio di conoscenza. Conoscere è come una droga, più sappiamo e più vogliamo sapere, esplorare, capire, siamo fatti così. E lo siamo tuttora. Ma siamo anche altro: tutto ciò che stiamo facendo adesso per l'umanità, un po' come fece Colombo con le Americhe o Ulisse o qualsiasi altro viaggiatore, lo facciamo perché siamo incoscienti. Senza un briciolo di incoscienza, spesso travestita da coraggio, non saremmo qui, adesso in questa nave solitaria e silenziosa nei meandri di una galassia sconfinata ed inesplorata. Parole come "missione", "speranza", "scienza", servono a vestire di logica qualcosa che in realtà è solo pura e semplice "natura". Non ho più voglia di scrivere, ripongo la mia amata stilografica con cura e mi dirigo sul ponte, tanto i miei pensieri continueranno a seguirmi come il mio cane Syd... Quanto mi manca poter stare sdraiato sul mio prato a giocare con lui mentre gli idranti incuranti mi innaffiano come una ginestra. Eppure su questa nave, in questo viaggio così lungo che, se non fosse per la musica e per il mio fido compagno D.A.V.I.D. (acronimo per Digital - Analogic Virtual Intelligence Device) sembrerebbe un film muto di Chaplin, mi sento quasi a casa. Le stelle che vedo attorno a me sembrano come le luci di una sconfinata metropoli galattica, ed io la attraverso con la mia modesta utilitaria cosmica, alla ricerca di tutto ciò che ancora non ci è noto, di qualcuno o qualcosa che dimostri in maniera inequivocabile che non siamo soli. Sono vicino ormai alla stella che mi interessa, vicino si fa per dire visto che qui le distanze non sono di certo nell'ordine del "terrestre". Attorno ad essa orbita un corpo celeste di immane bellezza, un congegno naturale così bello e delicato che sembra essere uscito dal pennello di un grande pittore. Quando riesco ad intravederlo mentre esce dalla luce accecante della sua stella mi viene da pensare che la natura sia l'artista per eccellenza, puro estro, istintiva e forte, capace di cose terribili come i buchi neri, ma anche di veri capolavori come il pianeta Dawn. La mia missione è scendere sul pianeta per verificare il grado di ospitalità del suo ambiente nella prospettiva di una prossima colonizzazione. Entro nella sua orbita e D.A.V.I.D. inizia la procedura di avvicinamento graduale confessandomi di essere eccitato all'idea di vedere il pianeta. Io gli rispondo che finalmente il prezzo del biglietto sta per essere ripagato. Il mare di Dawn è verde smeraldo, segno di una intensa attività vegetale, man mano che mi avvicino mi accorgo che le terre emerse evidenziano un grosso continente centrale e poche altre isole ed arcipelaghi sparsi sulla superficie. Mi dirigerò verso il centro di quel grande continente per atterrare. D.A.V.I.D. ha trovato una zona pianeggiante sconfinata, verde, viva, perfetto, scenderemo lì. Il tonfo degli ammortizzatori mi provoca un sussulto nel cuore, come se avessi compiuto un salto enorme per poi sbattere di nuovo i piedi per terra e sentirmi sicuro di nuovo. Atmosfera ricca di ossigeno ed azoto, come immaginavo, il cielo di Dawn è qualcosa di molto simile a quello della terra, la vegetazione lussureggiante...un momento. Il gelo mi blocca le gambe ed il respiro, la mia non è né emozione né paura, è semplicemente impotenza, totale incapacità di reazione. Sento un suono, una melodia piacevole provenire da dietro un fitto groviglio di piante enormi simili a mangrovie, il suono è flebile ma c'è! Cammino lentamente e cerco di riprendere una respirazione più regolare, nonostante il mio cuore batta come un martello pneumatico. Eccomi finalmente davanti alla fonte di quel suono così etereo e piacevole, una piramide gigantesca totalmente riflettente, invisibile se osservata da lontano, incredibile nella sua assoluta perfezione. Ripresomi dallo shock, mi avvicino ulteriormente e faccio ciò che ogni incosciente essere umano avrebbe fatto: la tocco. Silenzio. Niente più musica. La piramide si apre emettendo un rumore sordo e possente, la faccia rivolta verso di me si alza in verticale scivolando come un coperchio per poi scomporsi in piccoli pezzi sulle altre facce. All'interno, con lo stupore tipico dello spettatore davanti al colpo di scena finale vedo un obsoleto giradischi degli anni sessanta con su messo un vecchio disco di vinile, roba da archeologia musicale: The Piper at the Gates of Dawn. I Pink Floyd erano lì prima di noi.