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WILCO, UN FANTASMA NATO NEL 2004
Venerdì 08 Luglio 2011 00:00
Ciao a tutti amiche ed amici di Mondore@le, eccoci di nuovo a parlare di musica, dopo la breve parentesi leggermente polemica relativa al concerto di Stewart Copeland. Il vostro recensore ha smaltito la sua furia (scherzo, ero solo un po' amareggiato) ed è pronto a parlarvi di qualcosa di buono da mettere sotto le... orecchie.
E allora forza, tutti in viaggio verso l'America: cammineremo sulla tortuosa e imprevedibile autostrada dell'alternative rock per arrivare a casa "Wilco", dove il rock è di casa, e non solo lui! La band è attiva ormai da anni ed ha pubblicato diversi album, ma noi andremo ad ascoltare quello del 2004 che si intitola "A Ghost Is Born". I Wilco sono artefici di un sound che unisce una componente rock classica con influenze folk e cantautorali, ponendo enfasi sulle melodie orecchiabili e malinconiche del singer Jeff Tweedy. La scrittura dei pezzi non è affatto arzigogolata, anzi prende vita nella forma canzone classica, ma ha qualcosa di country che è tipicamente americano, lo puoi sentire nei suoni scarni come negli arrangiamenti delle chitarre. In tutto questo troviamo la vena dei grandi cantautori statunitensi, capaci appunto di fondere elementi stilistici tipici della loro cultura coi significati e le storie delle varie epoche che si susseguono.
Detta così potrebbe sembrare che la band sia solo il contorno di un cantautore, il siparietto per un nome di grido, ma non è così. Sia che propongano un semplice pianoforte (At Least That's What You Said), sia che suonino come una vera rock band (Spiders) peraltro a volte di "nirvaniana" memoria, i Wilco hanno una identità ben definita. Basta ascoltare "Muzzle Of Bees", travolgente nella sua semplicità e nel sobrio arrangiamento che non fa altro che delineare una linea vocale ispirata e delicata, per poi vagare verso chicche strumentali pseudo - country. L'anima della band viene fuori tutta in "Wishfull Thinking", con il suo bel ritornello armonicamente non scontato e un arrangiamento di chitarre assimilabile ad un tappeto di tastiere, fatto di suggestioni più che di note. Ma i signori in questione sanno anche roccheggiare alla grande e lo fanno di gusto in "I'm A Wheel", bel pezzo dissonante e melodico allo stesso tempo, con inquietanti chitarre che si alternano con vocette rassicuranti e fanno un po' pensare a David Bowie nella sua versione Stardust che incontra Jack White delle "strisce bianche", e non è poco. A tutto questo aggiungete un missaggio analogico e semplice, assolutamente non ultra-prodotto, che valorizza la ruvidezza e l'imprecisione, l'intenzione più che la pompa, cosa che fa molto bene al suono di band come questa. I musicisti fanno tutti il loro sporco dovere, le chitarre sono ispirate e alternano momenti di maniera a rumoristiche fasi di pura follia, la batteria fa la batteria, il piano è spesso l'elemento trainante mentre dietro tutto si muove un basso disinvolto e preciso. Il percorso della band è in continua evoluzione, il disco di cui vi ho parlato non è altro che una fotografia di questi ragazzi che a suon di dischi e live vanno forte e meritano rispetto, soprattutto perché di canzoni si parla, scritte col cuore e suonate senza troppi fronzoli. In un'epoca in cui si corre troppo, mettere su un disco del genere ci fa rilassare e perché no, pensare. Bravi Wilco, mi siete piaciuti, spero li ascoltiate con gusto.




