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SARANNO PURE CANI, MA SUONANO BENE!

Mercoledì 15 Giugno 2011 14:39

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icanidi Marco Fanella

Salve ragazzuoli musicali e roccheggianti, ecco il vostro recensore a caccia di nomi vecchi e nuovi per farvi sentire qualcosa di buono, o per farvi maledire il sottoscritto.

Fatto sta che oggi mi arrovellavo per decidere cosa diavolo proporvi, quale fosse il disco che mi sentivo di lanciare in pasto ai "leoni", quando, ad un tratto, mi balza nella testa un ritornellino malato che parla di pariolini, simpatico, divertente, poi mi ricordo di una fantomatica intervista con un tizio con la faccia nascosta da una specie di sacchetto per il pane, o uno scatolone, boh... insomma avevo ormai chiaro nella mente il disco da proporvi: il primo album de "I Cani". La band è tutta un mistero, si dice siano (o sia?) in incognito per evitare percosse ma la loro musica è sotto il sole, quindi andiamo ad ascoltare i "cani" e sentiamo che hanno da "abbaiare". Il sound della band è variegato, nel senso che passano dall'elettronica al suono crudo del gruppo rock con tanto di batteria, basso e chitarre, dai synth alle corde, dalla plastica al legno, insomma non si fanno mancare nulla, men che meno le parole. I testi dei cani sono abbastanza realisti se mi si concede l'espressione, poiché sono totalmente incollati alla quotidianità, in particolare quella romana con le sue ipocrisie "riccoidi" e piena storie di ragazzi fatti di "grande fratello", di piste che partono dai tavoli, passano per le narici ed arrivano nei cervelli di giovanotti smidollati. Insomma si parla molto e con linguaggio che va dal forbito al crudo, il tutto servito con la giusta irriverenza e disinvoltura, quasi a raccontare una bella favoletta che poi, tanto bella non è. Il signor "Cani" nell'intervista è meravigliato dell'attenzione mediatica verso i suoi pezzi che, diciamocelo pure, sono un po' "paraculi" (posso dirlo direttore? Ops! L'ho appena detto!), ma dalle sue parole traspare una certa maturità o quantomeno una moderata sicurezza. Ascoltando bene i pezzi si sente un bel lavoro di cesello e orpelli vari, per vestire una semplice canzone strutturata su cambi di accordi normali. Gli arrangiamenti mi fanno anche pensare a Moby per alcune cose, a Beck per altre, il tutto cotto a puntino nel sugo del rock alternativo italiano. Il cantato non è un vero cantato, è più un parlare in maniera musicale di qualche vita bestiale, di annunci di musicisti in cerca di band che sfociano in critiche ai massimi sistemi sfornate da anarcoidi, di fugaci incontri amorosi tra giovincelli ben conditi di droghe e barattoli vuoti a perdere, detti anche anime. Mentre mister "Cani" parla e dice cose pure sensate, sotto il sound cambia forma costantemente, pur mantenendo spesso riff ossessivi che si scolpiscono nella testa. La batteria è sempre minimale, il basso è minimale, le melodie sono minimali, i synth un po' meno, le parole per niente. Sembra di leggere un racconto verista condito però di citazioni anche raffinate, e tutto ciò aiuta a far crescere l'attenzione ed il desiderio di riascoltare, e capire. Il "sorprendente album d'esordio" (questo è il titolo!) dei cani si lascia apprezzare meglio dopo alcuni ascolti e piano piano sale, si lascia capire e finalmente si lascia godere. Bravi, o forse dovremmo dire bravo "Cani"! Buon ascolto!