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Racconti pontini dalla sciagura della Concordia

Giovedì 26 Gennaio 2012 17:30

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costaconcordia2di Roberto Tartaglia

114.500 tonnellate, 1.500 cabine in grado di accogliere 3.780 passeggeri, 290,2 metri di lunghezza, 35,5 metri di larghezza, centrali elettriche in grado di fornire energia per alimentare una città di 50mila abitanti, cavi elettrici in grado di coprire 5 volte e mezzo la distanza tra Roma e Milano, 58 suite con balcone, 5 ristoranti, 13 bar, 5 vasche idromassaggio e 4 piscine.

Questi alcuni dei numeri impressionanti che caratterizzavano la nave Concordia, il gigante dei mari che lo scorso 13 gennaio, poco dopo essere partita da Civitavecchia per otto giorni di crociera nel Mediterraneo, si è incagliata nei pressi dell’Isola del Giglio riportando, sinora, il tragico risultato di 13 morti e 20 dispersi. Ma, come sempre accade, in questi casi sono le storie personali, quelle dei singoli individui che hanno vissuto sulla loro pelle il dramma di quelle ore, a dare nuova luce ai fatti. Veronica Cutonilli, in arte “NikaSoul” era a bordo della Concordia nelle vesti di cantautrice e vocalist. Nata a Terracina, ma residente a Latina, Veronica si trovava nel ristorante al momento della sciagura. “Sapevamo – racconta Veronica – che stavamo morendo, lo sapevamo, ma non abbiamo visto nessun uomo in divisa correre in nostro aiuto. VeronicaCutonilliAvevamo bisogno di aiuto e di conforto, come quando sei malato e la sola vista di un medico ti fa sperare in una guarigione. L’S.O.S. è partito solo un’ora dopo, ma sapevamo bene di essere in pericolo. Ci guardavamo tra di noi senza capire cosa stesse succedendo. A un certo punto abbiamo sentito la voce di un uomo, che parlava a nome del comandante, che ci ordinava di tornare in cabina e prendere il giubbotto di salvataggio. La voce ha detto che si trattava solamente di un’avaria elettrica. Poco dopo, però, ci è stato riferito che l’avaria era al motore. Ma quando abbiamo sentito i sette fischi che indicavano l’abbandono immediato della nave è scattato il vero panico. Io, per evitare di cadere preda della paura, ho iniziato a filmare quello che accadeva, guardando ciò che avevo intorno attraverso lo schermo del telefonino. Questo mi ha aiutato ad estraniarmi, quasi guardassi un film in tv. La nave si inabissava a vista d’occhio e noi ci sentivamo trascinare in mare, con mobili e oggetti vari che ci cadevano addosso. Gli unici che sono corsi in nostro aiuto sono stati gli inservienti che lavoravano sulla nave. Filippini, se non erro. Ma la situazione era davvero difficile, dovevi cercare di non svenire o sentirti male, nessuno sarebbe venuto ad aiutarti e saresti stato calpestato dalla folla. Gli inservienti si sono adoperati nel creare una catena umana che ci aiutasse a raggiungere le scialuppe di salvataggio e a non cadere in mare. Io ricordo di aver raggiunto la mia scialuppa rotolando. Poco dopo è arrivata anche la Guardia Costiera a soccorrerci perché le scialuppe avevano dei problemi. Comunque, quegli inservienti sono stati i nostri angeli. Ma anche gli abitanti dell’Isola sono stati davvero gentili e accoglienti. Ci hanno offerto le loro case, coperte e cibo. YleniaMassarentiÈ gente fantastica. Io sono arrivata sull’isola all’una e sono ripartita con il traghetto la mattina all’alba”. Anche Ylenia Massarenti, di Pontinia, con sua madre Elena e sua figlia, si trovavano sulla nave al momento del naufragio. “Facevamo parte di un gruppo di parrucchieri professionisti. Al momento dell'impatto eravamo a cena nella sala ristorante e, per l’appunto, commentavamo proprio la strana vibrazione della nave, che mia madre non aveva mai avvertito nelle precedenti crociere. Avevamo la sensazione – racconta Ylenia – che andasse troppo veloce. Neanche il tempo di finire la discussione e la nave ha virato. Subito dopo: lo scontro, il buio e il panico generale. Noi siamo rimaste sedute e fredde (per quanto possibile), non volevamo far spaventare la bambina. Solo quando tutti erano ormai fuori dal ristorante ci siamo avviate anche noi e siamo andate sul ponte. Abbiamo indossato il giubbino di salvataggio e siamo rimaste lì ad aspettare che ci dicessero cosa fare. Solo dopo molti minuti abbiamo sentito una voce che diceva di non preoccuparsi, che si trattava solo di un guasto elettrico e che sarebbe stato ripristinato il prima possibile. Era già passata mezz’ora, per essere precisi. Il freddo cominciava a farsi sentire sempre più, soprattutto per la bambina. Così, abbiamo deciso di rientrare e abbiamo chiesto a un sottoufficiale se potevamo andare in cabina a prendere il giubbotto per la piccola. È andato lui al posto nostro e, una volta tornato senza aver trovato il giubbotto, ha tolto il suo maglione e lo ha dato a mia figlia dicendoci di non muoverci di lì. Dopo un po’ abbiamo sentito i 7 fischi della sirena, siamo tornate di nuovo sul ponte e abbiamo visto che alcuni inservienti erano pronti per farci salire sulla scialuppa. Non ci siamo più mosse di lì, quella è stata la nostra salvezza. La cosa strana è che sono stati cuochi e camerieri a decidere di far scendere le scialuppe, perché l'ordine ufficiale non è mai arrivato”. Documentazioni concordanti, dunque, che sembrano testimoniare un’inevitabile corresponsabilità di gran parte degli uomini “in divisa” della nave. Ad ogni modo, saranno le indagini ufficiali a mostrare le reali colpevolezze e i relativi oneri. Al di là di ciò, ora, sull’isola, oltre al problema dei dispersi, si fa sempre più pressante la paura di un disastro ambientale causato dalla fuoriuscita di liquidi di ogni genere. Carburante, acque grigie (cambusa, docce …), rifiuti pericolosi come quelli provenienti dai laboratori fotografici, dalle vernici, dai prodotti di manutenzione e tutti i rifiuti solidi, potrebbero adagiarsi sul fondo marino e mescolarsi nelle acque, provocando ingenti danni all’ecosistema. Per questo gli occhi di tutti sono puntati sugli interventi delle prossime ore, che risulteranno decisivi in tal senso.