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La seconda fatica di Ignazio Gori
Giovedì 08 Dicembre 2011 15:20
Seconda fatica per il giovane scrittore setino Ignazio Gori: a dicembre è infatti prevista l'uscita di "Lupi e agnelli" edito dalla Diamond di Simone Di Matteo. Dopo la "Solitudine di Sebastian Kroll" (Edizioni Libreria Croce) si torna ad affrontare le inquietudini di uomini contraddittori con uno stile asciutto e sempre originale.
Se nel precedente romanzo si è narrato di suicidio, in quest'ultimo lavoro Gori si getta nei meandri di un argomento delicato, quello della "passione antica come la filosofia e moderna come l’autolesionismo": la passione per i fanciulli. E lo fa con un linguaggio lieve nonostante la pesantezza del tema: lampi, immagini, frasi di una storia al limite del sopportabile. "Romanzare la vita di Remì d’Este Graziani – afferma lo stesso Gori – è stato come schiarire l’oscura coda di una cometa remota". Sei brevi capitoli nei quali si alterna una più sentita prima persona ad una terza più distaccata, intervallati da due intermezzi poetici, con lo scopo di affievolire l’insindacabilità e la neutralità dell’autore con elementi sognanti tratti da fatti di cronaca realmente accaduti. Siamo a Kakinada, India, dove Graziani sta seguendo un reportage a proposito di un batterio killer che sta distruggendo il corallo rosso bengalese: è da qui che l'autore parte per analizzare il passato del giornalista e le sue ossessioni anche alla luce del processo per corruzione di minore che lo stesso aveva dovuto subire. "Come perno di narrazione avevo bisogno di un punto morto intorno a cui far girare l’intera vicenda, a ritroso, del protagonista, e la storia di Graziani presenta un futuro aperto e misterioso, non solo nel libro ma persino nella realtà", spiega lo scrittore. Tante le sfaccettature di una vita borderline animata da una parte dal sogno, più dolce, di un fratellino mai avuto e dall'altra da quella più violenta della rivalsa sessuale, frutto di sintomi di inferiorità non sempre espliciti. In appendice una lettera di Alda Merini, amica e consigliera, alla quale Gori fece leggere questo lavoro ancora in bozza: una lettera del 2008 che è un invito, doloroso e materno, a centellinare più possibile le parole per evitare la sofferenza che si subisce nel descrivere l'animo umano.




